Alberi, Architettura e trasparenza
Alessandro Barracco
Ricercatore in Tecnologia dell'Architettura Università “Kore” di Enna
Fondatore della software house TECLAsoftware,
L’albero, nel rapporto atavico tra uomo e natura, si conferma quale componente essenziale del progetto – dalla composizione alla tecnologia dell’architettura, passando per l’urbanistica - fino a includere i processi di rigenerazione territoriale. Esso, infatti, oltre a svolgere le celebrate finalità estetiche e ricreative, accompagnato dalle ricerche aggiornate in campo tecnologico, rimane tra le risorse destinate a salvaguardare l’integrità degli ecosistemi naturali e a migliorare la qualità dell’ambiente.
Tra i diciassette obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, definiti dall’ONU, gli alberi sono ritenuti essenziali per rendere le città inclusive quale risultato di una pianificazione rigorosa. Scientificamente, l’attenzione sempre maggiore che ecologisti, architetti, ingegneri, pianificatori, economisti e sociologi rivolgono agli alberi sottolinea la necessità di una rappresentazione polifonica, di interazioni identitarie e contenuti astratti, rivolti a valorizzare i principali servizi ecosistemici idonei all’habitat urbano. Studi interdisciplinari, destinati a rileggere gli ambienti urbani e a renderli vivibili e resilienti, aiutano a comprendere la città come sistema complesso dove la componente umana e quella naturale convivono.
A causa del crescente aumento delle temperature, delle precipitazioni irregolari e della maggiore frequenza di eventi climatici estremi, ogni insediamento urbano dovrà diventare laboratorio di biodiversità, dove selezionare, sperimentare e coltivare nuove specie arboree, in grado di sopravvivere e crescere, nonostante le sfide poste dal clima che cambia. Allo stesso tempo, gli alberi dovranno essere in grado di soddisfare i principali servizi ecosistemici idonei all’habitat urbano: alberi xerofili e associazioni fitoclimatiche idonee per resistere all’azione del mare e alla siccità. A seguito della riduzione, sempre più sensibile, della quantità di acqua, la pianificazione urbana dovrà tenere conto delle infrastrutture verdi non come spazio liminale, tra ambiente urbanizzato e ambiente naturale, ma traguardo unico in cui fare convergere, sul piano ambientale, ricerca e risultati, destinati a dimostrare studiare l’importanza della vegetazione arborea, indicatore reale di sviluppo urbano sostenibile.
A fronte della scellerata distruzione di risorse naturali, le porzioni di tessuto urbano dominate dalla natura originano importanti ricadute sulla qualità del paesaggio e sulla vita dell’uomo, fino a costituirne una struttura di senso: un insieme di conoscenze, di idee e di rappresentazioni che non riguardano soltanto la città ma l’intera vita che vi si svolge, dalle scelte politiche alle scelte sociali, passando per le strettoie modaiole di edulcorate scelte di marketing verde, fino all’elaborazione dell’immaginario collettivo, con la nascita della città/territorio, del mondo/città o – come sottolinea Massimo Cacciari - con la scomparsa di un riconoscibile oggetto città.
La relazione tra l’albero e l’uomo, tra il materiale e lo spirituale orienta, così, l’analisi verso contesti ibridi in cui natura e artificio si mescolano - come avviene negli ambienti urbani - dove i limiti tra i diversi campi – quello umano, quello minerale degli edifici che compongono la città e quello vegetale degli alberi – si rendono di continuo porosi. Rifiutato ogni isolamento, questo modo di conoscenza, oltre al contesto, esalta ogni singolarità, calata nel suo tempo e nella sua esistenza: la città si conferma l’opera collettiva per eccellenza, composta da numerosi corpi e da continui spazi vuoti, da piazze e da spazi chiusi, fino a diventare un articolato insieme minerale-vegetale-animale di corpi porosi.
D’altro canto, qualcosa sta cambiando: il rispetto all’universo naturale è arrivato a tal punto che presto forse si passerà a un’era successiva, il Biocene. L’era di una scoperta reciproca fra mondo animale e mondo vegetale, in cui si potrà parlare davvero di ecosistema ovvero il sistema di relazioni in cui tutti i viventi si esprimono. L’era in cui tutti noi potremmo aspirare ad avere in parlamento un animale o una pianta, che ha gli stessi nostri diritti e doveri, in termini di relazioni. Quelli che compongono e formano la città, d’altro canto, sono spazi urbani costruiti di sana pianta dall’uomo che su di essa esercita un possesso pressoché esclusivo, con l’unica eccezione della presenza di altre specie, selezionate e addomesticate, come gli alberi. Non casualmente, quello delle domesticazioni – animale e vegetale – e quello della città sono fenomeni pressoché coevi, e comunque strettamente connessi. Entrambi i fenomeni si concretizzano, nell’esercizio di una gerarchia impositiva, territorialmente definita nel caso della città, nei confronti delle altre specie viventi. Sin dalle sue origini, infatti, la città è stata definita come spazio protettivo ma al contempo esclusivo rispetto all’esterno e gli alberi, in fin dei conti, sono fondamento di ordine ancestrale che dall’architettura templare primitiva conduce, come palesemente mostrato dai Trattati di architettura, soprattutto tra il XV e il XX secolo, alla fondazione delle città. Singolare rimane il nuovo Central Park di New York che, nel 1858, Frederick Law Olmsted progetta, fissando per sempre nell’immaginario collettivo, l’idea di parco pubblico formato da alberi.
Nello stesso periodo in cui si realizza il celebre parco newyorkese, Parigi è interessata da un grande piano di rinnovamento urbano, sotto la guida del prefetto Haussmann, la cui rete di boulevards e di avenues, ancora oggi, costituisce l’ossatura portante del tessuto urbano parigino. Grandi parchi urbani e lunghi viali alberati definiscono il sistema gerarchico degli spazi verdi. E’ l’albero a strutturare lo spazio urbano. L’antica foresta, tra la Senna e le fortificazioni occidentali, è trasformata nel Bois de Boulogne. La diffusione capillare degli alberi diventa, per la capitale francese, moderno segno di riconoscibilità.
A ben vedere, permangono due visioni polari: alla percezione dell’intrico naturale delle formazioni arboree di Paxton e di Olmsted viene contrapposta quella ordinata dello spazio urbanizzato artificiale, decodificato dalla ragione e da essa dominabile. Due visioni opposte di bosco che convivono anche nella modernità degli scritti di Adolf Loos, in riferimento all’importanza degli alberi e della natura, nella interpretazione organica di Frank Lloyd Wright e nelle accezioni alle griglie cartesiane dei progetti urbanistici di Le Corbusier.
La città contemporanea ha cercato di legarsi alla natura, trasferendola al suo interno, coniugandola nei modi più differenti, anche per mezzo di un recupero culturale, atto a sensibilizzare l’uomo verso la natura e verso gli alberi. Broadacre City, e ancora di più, Ville Radieuse sono state rispettivamente concepite per posizionare residenze e edifici rappresentativi all’interno di un sistema di parchi continuo. Lo spazio urbano, diventato aperto e flessibile, si espande verso il paesaggio circostante. Mentre nella proposta di Frank Lloyd Wright, l’architettura rimane orizzontale e saldamente legata alle sue alle radici terrestri, come nella griglia jeffersoniana, quella di Le Corbusier si eleva su grandi pilotis plastici – materici come tronchi degli alberi tutt’intorno – che segnano il distacco dal piano terrestre.
D’altro canto, riprendendo quanto esposto all’inizio, la crisi della città non è soltanto ecologica ma è anche politica e sociale. In altre parole, le questioni legate alla sostenibilità in architettura non dipendono soltanto dalle decisioni progettuali ma, nella maggior parte dei casi, sono politicamente motivate. E così, se in architettura il termine “sostenibilità” descrive il processo costruttivo nella relazione con i cicli della natura con l’auspicio di un bilancio positivo in termini di naturalità, in generale, i progetti sostenibili, premiati e ampiamente diffusi, affrontano solo marginalmente i problemi legati al clima peggiorando, spesso, la situazione di partenza che rimane distante dalle buone pratiche progettuali. Utilizzando gli alberi, il progettista dei prossimi anni, oltre a rinunciare a un ecologismo di facciata, dovrà mettere in atto un nuovo modo di fare architettura urbana in grado di combattere seriamente lo squilibrio ambientale, accettando anche mutazioni e rinunce spiacevoli.
Il paesaggio, soprattutto quello urbano, rimane una realtà complessa che l’uomo di oggi, come torna a ammonire Edgar Morin, non può permettersi di trascurare nella drammatica prospettiva che la terra è destinata a diventare gradualmente inabitabile. Svanito il sogno di una tecnologia dalle risorse infinite o, ancora peggio, di un finto ambientalismo per facoltosi milionari che non riesce a fare fronte ai disastri metereologici e alla crisi energetica, a leggere i risultati più recenti della ricerca scientifica, bisognerà tornare a affidarsi agli alberi e alla natura per liberare l’uomo e le sue capacità di adattamento da questa schiavitù, alla ricerca della salute complessiva della città, caratterizzata da un mosaico ambientale, fortemente frammentato, in cui anche gli spazi liberi - superficialmente e genericamente trattati – svolgono un ruolo essenziale.
Entro il 2030, per ospitare più del 50% della popolazione, le aree urbane, comprese quelle del bel Paese, dovrebbero triplicarsi: se lo spazio urbano - per definizione, luogo articolato, multiforme e metamorfico - corrisponde a una delle caratteristiche della modernità, quale è il posto degli alberi nella città italiana? È importante rispondere preliminarmente a questa domanda perché significa cercare la radice di un problema reale.
Il fondamento della ricerca si sposta, allora, alla individuazione della presenza della componente arborea nel corpo della storia dell’architettura e della città con l’obiettivo chiaro di scegliere, classificare e raccogliere informazioni utili al fine di costruire un abaco di possibili azioni da mettere in atto. I dati, però, appaiono subito sconfortanti se si considera che la superficie occupata dagli alberi, in Italia, all’interno delle aree urbane, è pari allo 0,9% con una valutazione annua negativa espressa in Kmq. Prima che diventino allarmanti, è necessario convergere verso una pianificazione in grado di integrare i modelli urbani con i dati del clima, fino a determinare la collocazione ottimale degli alberi all'interno del progetto. Con la consapevolezza che una programmazione di tale guisa, in futuro, potrà certamente migliorare la sostenibilità delle città in funzione degli attuali programmi di sviluppo urbano globale. Soltanto così, sarà possibile promuovere i processi qualitativi per trasformare la crisi corrente in una visione costruttiva per il futuro imminente, con una rinnovata sintonia dell’uomo con la natura.
In un’epoca, come quella che stiamo vivendo, in cui il territorio risulta sensibilmente antropizzato, l'interazione tra il mondo reale degli alberi e quello immaginario del progetto di architettura può concorrere a determinare i nuovi luoghi per la città del futuro in cui la vegetazione, accompagnata dalla consapevolezza critica di suoi abitanti, diventa, superando gli attuali rapporti conflittuali, parte essenziale del sistema urbano. Analogamente alle tecnologie più avanzate che indiscutibilmente continuano a modificare l’ambiente, a scala planetaria, gli alberi, ristabilendo l’equilibrio di partenza, hanno modellato il territorio, compreso quello delle città.
Le minacce ambientali, sempre più crescenti, hanno messo in crisi gli attuali ecosistemi urbani, indebolendoli fino a renderli fragili, stravolgendone resilienza e ogni potenziale di mitigazione. Avendo alle spalle adattamenti in quattro miliardi di anni e essendo la fonte di tutta la conoscenza, come già sosteneva Leonardo, sarà ancora una volta la natura a salvarci? I modelli per lo sviluppo urbano non potranno mai più trascurare i suoi rapidi cambiamenti evolutivi, né ignorare il rapporto con animali, piante e microrganismi che, oltre a essere parte integrante dell’ecosistema, svolgono funzioni importanti.
Ogni progetto dovrà mostrare di essere conforme alla natura e adeguato a pensare alle questioni ecologiche. Lo sperimentalismo fine e se stesso, che ha dato molto e dominato la costruzione e l’ampliamento delle città per oltre un secolo, deve considerarsi una fase conclusa.
Superando il tradizionale processo compositivo, piantare alberi delinea uno dei modi più diretti per ristabilire il rapporto originario e reale, tra natura e artificio, scongiurando il dominio assoluto della tecnologia. Una possibile procedura per recuperare il lato irrazionale dell’umano con cui le macchine più sofisticate - neppure l’A.I. - potranno mai competere.